Collezioniamo crepe, liberiamo visioni.
Un lavoro alle radici: trasformare i rapporti di potere, riconoscere le interdipendenze, costruire complicità tra differenze.
Le nostre lenti
Un potere così non lo avete mai visto?
Non supportiamo i gruppi a ‘gestire’ o ‘accogliere’ la diversità, ma lavoriamo insieme per riconoscere le strutture che producono gerarchie, e per costruire pratiche che le mettano in discussione.
Il cambiamento organizzativo non è separabile da una trasformazione della coscienza individuale e collettiva: per questo intrecciamo lavoro sui rapporti di potere materiali e lavoro sui modi in cui questi rapporti si depositano nei nostri corpi, linguaggi e relazioni.
Usiamo lenti intersezionali, decoloniali e anti-oppressione per riappropriarci di un potere che non si accumula ma si redistribuisce — un potere che trasforma il privilegio in responsabilità e la complessità in pratica situata.
Potere per e poter con
Pensiamo il potere come pratica relazionale da redistribuire, non come risorsa da accumulare. Il potere autentico cresce quando viene riconosciuto, condiviso, situato: nelle dinamiche di co-creazione, nel protagonismo distribuito, nell’emersione delle differenze di ciascunə.
Nel lavoro quotidiano, questo significa attenzione alle condizioni in cui le persone parlano: chi parla, chi viene ascoltatə, chi può nominare un disagio senza essere fraintesə. Costruiamo insieme, di volta in volta, le condizioni che rendono possibile uno scambio reale — sapendo che a volte servono tempi differenziati, spazi separati, modalità diverse di partecipazione.
Intersezionalità
Le nostre identità ci collocano in posizioni di privilegio e di vulnerabilità a seconda del contesto: come ricordano Crenshaw e i femminismi neri, ogni soggettività occupa simultaneamente posizioni diverse lungo gli assi di razza, genere, classe, abilità.
Riconoscere questa mappa è la condizione per smettere di agire come oppressorə inconsapevolə e per costruire alleanze. L’intersezionalità, per noi, non è una lista di etichette identitarie ma una pratica di ascolto situata: significa creare condizioni dove ogni voce possa emergere dalla propria complessità, bilanciando attivamente pesi decisionali e responsabilità.
Decolonialità
Mettiamo in discussione l’idea che uno sguardo eurocentrico e patriarcale sia l’unico valido per definire ciò che è vero, giusto o universale — e riconosciamo che la colonialità non riguarda solo “altri luoghi” o il passato, ma attraversa anche noi, qui e ora.
Nel contesto italiano, questo significa leggere la storia interna del Paese: la razzializzazione del Meridione, la costruzione di un’identità nazionale “bianca”: non come questioni concluse, ma come dinamiche che continuano a operare nei nostri gruppi e nelle nostre istituzioni.
Somatica politica
Le gerarchie non vivono solo nelle idee: si depositano nei corpi — in chi prende parola e chi tace, in chi occupa lo spazio e chi si fa piccolə, in chi si sente legittimatə a esserci e chi no. Il potere si incarna, e lì va anche disinnescato.
Nel solco dell’abolizionismo somatico di Resmaa Menakem, includiamo nei processi di gruppo corpo, emozioni e relazioni — non come dimensione intima separata dal politico, ma come il luogo concreto in cui le strutture di dominio si riproducono o si interrompono.
